Le liasons TANGEReouse (Luisa a Capo Spartel).

Il volo per Rabat è surreale. Allaccio la cintura di sicurezza e mi rendo conto che la vacanza tanto agognata sta per cominciare. All’annuncio del comandante, “cabin crew, be ready for take off”, ho la pelle d’oca,  un po’ per l’aria condizionata a palla e un po’ per la sensazione che si prova quando si lascia l’Italia, consapevoli del fatto che non si proverà troppa nostalgia.

Una settimana nel Marocco del Nord, da Rabat passando per Meknes, Fes, Tetouane, Chefchaoune.

Come al solito mi piace sempre tutto quello che vedo…  Poi, dopo l’emozione di passare la frontiera per una capatina a Ceuta, in Spagna, mi dirigo verso l’ultima tappa, Tangeri. Ed è anche il momento in cui cominciano i dolori di pancia… purtroppo può succedere. Niente di grave per fortuna, mi ero attrezzato bene, fermenti lattici prima di partire e quanto mai utilissimi farmaci da viaggio dietro. Sono riuscito così a non perdermi nulla degli ultimi due giorni del viaggio. Sarebbe stato un vero peccato.

Ma non è solo il mal di pancia che mi fa vedere Tangeri con un po’ di perplessità, all’inizio.  Tangeri sembra molto diversa dalle altre città marocchine. Più grigia, più fredda e soprattutto più triste e decadente. Però Tangeri vecchia è bella. Mi addentro nel cuore della medina. Nel Petit Socco, luogo cult della beat generation, mi fermo a bere un tè alla menta. Il caffè Tingis è rimasto così com’era, e sorseggio il mio tè immaginando Jim Morrison e i Rolling Stones passeggiare negli stessi vicoli, sedotti da quella miscela di modernità ed esotismo arabo. Superati il Petit socco e il famoso Hotel Continental, le vie si fanno sempre più ripide, fino alla casbah medievale, il punto più alto di Tangeri, fino al museo della casbah.

Ogni angolo è da fotografare qui, nel punto preciso in cui l’Africa incontra l’Europa.

E a  Capo Spartel, sferzato da un vento gelido e davanti ad un infuso di erba Luisa (verbena) per mitigare i dolori di pancia, proprio lì dove il Mediterraneo incontra l’Oceano Atlantico e il Marocco saluta la Spagna, lì dove la cultura islamica si mescola con quella europea, realizzo che Tangeri ha un fascino sfuggevole e difficilmente inquadrabile, ma sempre fascino è… quel fascino che ha ispirato grandi artisti: scrittori, pittori, musicisti, che scelsero la città come destinazione e, a volte, casa.

Tangeri è fascinosa. Bisogna solo avere la pazienza di scoprirla un po’ alla volta, senza aspettarsi più di quanto sia in grado di darci, senza avere pregiudizi su chi ci  capiterà di  incontrare lungo il nostro cammino. Questo, ovviamente, vale per qualsiasi posto al mondo. Il segreto è non giudicare una cultura che non ci appartiene e di cui magari, abbiamo una visione distorta, spesso incompleta. Resettiamo la mente e lasciamoci inondare da colori, facciamoci allagare da odori e sensazioni.

Il volo per Roma è surreale. All’annuncio del comandante “cabin crew, be ready for take off”, mi rendo conto che sto ripartendo davvero e capisco subito che mi mancheranno, come sempre, tante cose: le olive, la cipolla caramellata sul cous cous, le brochette , il tè verde, l’eleganza delle donne di Tetouan, il blu di Chefchaouen, il caldo di Volubilis, i murales di Asilah,  gli asinelli in mezzo alla strada, le ciabatte indossate con i calzini, i gatti in ogni dove, le piante rigogliose della Chella, l’omino di Fes  che ravviva la brace con il phon, le lapidi tombali, mescolate ai giochini dei bambini, nel parco di Tangeri, gli schiaffi dell’oceano sugli scogli e i bambini della scuola di surf di Rabat, il richiamo del Muezzin alle 5 di mattina e perfino la Luisa a Capo Spartel …

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