La bambola di Zia Michelina.

Ricordo ancora la bambola Lolita, troneggiare spavalda, su un poltroncina in camera dei miei genitori, con quello sguardo vitreo che mi invitava a seguirla negli abissi infernali. Con l’acconciatura a cofana alta, che se la vedevi da vicino sgamavi l’inghippo: il cranio di celluloide aveva forma allungata, tipo alieno di Roswell dell’area 51, per simulare la cotonatura. Ma dico io, cosa passava nella testa di chi l’ha disegnata? A che pro tutto ciò, per farmi morire d’infarto ogni benedetta volta che  entravo nella camera? Ma le bambole non sono create per far giocare i bambini, per alimentare la loro fantasia e per farli divertire? Allora perché, soprattutto quelle vintage, fanno tanta paura?

Sinceramente non so che fine abbia fatto Lolita, spero una brutta fine… ma tutto questo per introdurre uno dei primi ricordi inerenti quella che non era ancora il Piccolo Circolo Garibaldino, ma solo la casa di Zia Michelina. La casa era in stato di totale abbandono, solo desolazione e macerie. Non c’erano mobili, ma solo tre oggetti: una bicicletta, un televisore a valvole e lei.. la bambola dagli occhi morti.

Quando l’architetto andò per toccarla… lei emise un gemito che provocò il blocco momentaneo della circolazione degli astanti. Ectoplasmi? Il pianto infernale di qualche anima in pena, imprigionata nel feticcio? Lolita che tornava dagli abissi del male per venire a tirarmi i piedi? Macché, la bambola aveva semplicemente un meccanismo a molla per simulare il pianto. MALEDETTA.

P.S. In realtà, la primissima volta che visitammo la casa, c’era anche un altro oggetto inquietantissimo, una testa orribile poggiata su una sedia. Evidentemente, quando decidemmo di acquistare la catapecchia, i vecchi proprietari se la riportarono a casa… d’altronde perché separarsi da cotanto splendore?

No, Zia Michelina non era una nostra parente. Scriveremo un articolo anche su questo… prima o poi.

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